Giovedì alle 16:40 a Luca è arrivato un messaggio del capo. “Hai mezz'ora domani mattina? Dovrei parlarti di una cosa.” Punto, nient'altro.
Nell'ora successiva Luca non ha combinato niente di utile. Ha ripassato gli ultimi tre incarichi cercandoci dentro l'errore che si era lasciato alle spalle. Si è ricordato di un cliente a cui aveva risposto un giorno più tardi del dovuto. E in fondo scorreva la frase che conosce bene: ecco, ci sono arrivati.
La mattina il capo gli ha offerto la guida di un nuovo progetto. Luca ha ringraziato, è tornato alla scrivania e in dieci minuti aveva pronta la spiegazione del perché quella proposta fosse toccata proprio a lui. Non era libero nessun altro. Quell'ora di panico però c'è stata, e giovedì prossimo con ogni probabilità ci sarà di nuovo.
Da dove nasce la paura di essere scoperti
La cosa strana è che non nasce da una carenza di risultati. Nasce da un presupposto silenzioso: che le tue capacità reali siano più piccole di quelle che gli altri vedono e che fra le due resti uno scarto. Essere scoperti è allora solo il momento in cui quello scarto lo notano anche gli altri.
I dubbi su di sé arrivano da tre punti diversi e questo è uno di quelli: il senso di impostura. Gli altri due hanno un altro aspetto. Con i meriti sminuiti un buon risultato viene cancellato prima di poter essere contato, perché subito salta fuori una spiegazione del perché non fosse niente di che. Con la fortuna e le circostanze il merito finisce sul conto del caso, del momento giusto e delle persone che ti hanno servito la palla. Come si tengono insieme queste tre fonti e da dove arriva l'intero schema lo affronta il testo su che cos'è la sindrome dell'impostore.
Il senso di impostura si distingue dagli altri due in una cosa essenziale. Non parla del risultato, parla di te. La frase che accende in testa non è “quel progetto non era difficile”, ma “io qui non ci sto dentro”. La prima si smonta con il progetto successivo. La seconda no, perché non riguarda il lavoro ma chi lo fa.
Da qui viene anche la sensazione di recitare una parte. Un ruolo è la descrizione di quello che fai: guidi una squadra, insegni, operi, gestisci un budget. Quando ti sta bene, si fonde con te al punto che non ci pensi affatto. Qui invece si stacca dalla persona e comincia a comportarsi come un costume che al mattino indossi e la sera togli con sollievo.
Le psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, che nel 1978 hanno descritto il fenomeno, lo hanno notato in persone i cui risultati nessuno metteva in dubbio. Ed è proprio qui la parte che va al contrario. Una promozione, un titolo o un complimento non ti tranquillizzano, perché alzano l'altezza di ciò che potrebbe venire alla luce. Più cose hai alle spalle, più grande diventa l'inganno nel tuo racconto interno.
Perché le prove non aiutano
Se bastasse presentare i fatti, la paura di essere scoperti si esaurirebbe in un singolo colloquio di valutazione. Solo che il dubbio su di sé non lavora come un tribunale che somma onestamente le prove di entrambe le parti. Lavora come un filtro che le cose attraversano quando la conclusione è pronta da un pezzo.
Una buona valutazione passa quel filtro come cortesia. Una promozione come soluzione di ripiego. Un complimento da qualcuno che stimi nel settore si ribalta nella versione più sgradevole di tutte: ho ingannato anche lui. Più quella persona capisce il mestiere, più grande è nella tua testa il successo del tuo travestimento.
Ecco perché con questa paura le rassicurazioni non funzionano. Ogni prova ulteriore si può leggere in due modi e il filtro afferra con precisione il secondo. L'amico che per la decima volta ti ripete che sei bravo conferma soltanto che la tua messa in scena regge.
Kolligian e Sternberg nel 1991 hanno proposto per questo fenomeno il termine falsità percepita, sostenendo che non si tratta di una malattia né di un disturbo, ma di un modo in cui una persona comprende sé stessa. Non compare in nessuna classificazione dei disturbi mentali e come diagnosi non è mai nato. Sembra una formalità, ma ne discende una cosa piuttosto pratica: qui non c'è niente da curare, c'è qualcosa da disimparare.
La maschera della competenza e quanto costa
Chiara è nell'azienda nuova da sei mesi e si prepara a ogni riunione in modo che nessuna domanda possa coglierla di sorpresa. Quando salta fuori un termine che non conosce, se lo segna e la sera lo cerca. Non chiede mai. I colleghi la considerano una che ha le cose sotto controllo, e hanno un ottimo motivo per farlo: si comporta esattamente così.
La maschera della competenza è il nome complessivo delle piccole precauzioni con cui ti assicuri contro lo smascheramento: preparazione in più, formulazioni caute, silenzio fino a quando non sei sicuro al cento per cento. Niente di tutto questo da fuori sembra paura, e lì sta il nocciolo del problema.
Mark Leary e i suoi colleghi nel 2000 hanno esaminato se dietro a tutto ciò non ci sia soprattutto l'autopresentazione, cioè la tattica di abbassare in anticipo le aspettative altrui perché un eventuale insuccesso faccia meno male. Un fondo di verità c'è, dato che le persone con questo schema dicono i propri dubbi ad alta voce più spesso delle altre. Solo che si valutavano altrettanto in basso anche dove la loro risposta non l'avrebbe letta nessuno. Il dubbio non è quindi soltanto una recita di modestia, per quanto a tratti ne abbia l'aria.
| Situazione | Che cosa fai | Come lo legge chi ti sta intorno |
|---|---|---|
| Non sai la risposta in riunione | Taci e la sera te la vai a cercare. Domani ne parli con sicurezza. | Non ha niente da aggiungere, oppure lo sa già. |
| Arriva un complimento | Lo ridimensioni o lo giri alla squadra. | Una persona simpaticamente modesta. |
| Un incarico oltre la tua esperienza | Ti prepari tre volte più a fondo del necessario. | Ha tutto in mano, ci si può contare. |
| La proposta di un ruolo più grande | Esiti e chiedi tempo per pensarci. | Tipo prudente, forse non gli interessa. |
Il conto della maschera arriva in due voci. La prima è l'energia: una parte del rendimento se ne va nel sorvegliare che nessuno si accorga di niente, così per il lavoro vero e proprio ne resta meno di quanto potrebbe. La seconda è peggiore. Finché la maschera regge, nessuno ti corregge, perché nessuno immagina di doverlo fare. Il timore non finisce così mai in una situazione in cui la realtà possa smentirlo, ed entra nel giro successivo forte come prima.
Chiara lo descriverebbe in un altro modo ancora. Dopo sei mesi conosce meno persone del collega che chiede tutto a tutti, perché ogni domanda non posta è anche una conversazione non avviata. E le cose che da lui avrebbe saputo in due minuti se le mette insieme la sera dagli articoli. La maschera non protegge solo la reputazione, ritarda anche la strada perché quella reputazione sia meritata.
La maschera scatta con più regolarità dove il rendimento si misura e si confronta, quindi al lavoro. Quali situazioni la avviano più in fretta e che cosa se ne può fare lo affronta il testo su come si presenta la sindrome dell'impostore al lavoro.
L'impostore vero non teme di essere scoperto
Prova a richiamare alla mente qualcuno che si butta davvero su cose che non gli competono e parla con sicurezza di un settore che conosce da tre articoli. Di solito quella persona non torna a casa con la sensazione che stia per crollare tutto. Torna a casa soddisfatta.
Non è un caso e nemmeno un'ingiustizia. Per riconoscere la propria incompetenza serve un metro, e quel metro lo dà solo la conoscenza del settore. Chi sa poco non ha con che cosa misurarla. Chi sa molto vede con precisione fin dove arriva la sua conoscenza e dove comincia la nebbia, e quella nebbia se la spiega spesso come la prova di non essere all'altezza.
Questa asimmetria viene di regola accostata all'effetto Dunning-Kruger, che è insieme uno dei risultati più citati e peggio raccontati della psicologia degli ultimi decenni. Che cosa abbia mostrato davvero lo studio originale e che cosa ci abbia aggiunto internet lo affronta un testo a parte sull'effetto Dunning-Kruger.
Attenzione però alla consolazione che si offre da sola: “se ho paura, allora qualcosa saprò.” Da lì non discende. Discende soltanto che la paura non è la prova dell'incapacità, così come la sicurezza non è la prova della competenza. Sono entrambi sentimenti e sulle tue capacità dicono parecchio meno dell'elenco delle cose che hai portato a termine.
Come uscire dal ruolo
La cosa più economica da provare è scomoda e dura cinque secondi. La prossima volta che incontri qualcosa che non sai, dillo ad alta voce: “questo non lo so, lo cerco entro domani.” Non devi cominciare da un consiglio di amministrazione, basta un collega davanti al caffè. Quasi sempre non succede esattamente niente, e proprio quel niente è l'informazione che ti serve. Quand'è l'ultima volta che hai ammesso ad alta voce di non sapere qualcosa?
Lo strumento successivo si usa con la matita. La domanda “che cosa succederebbe se se ne accorgessero” scrivila fino in fondo, magari per punti: chi farebbe che cosa, che cosa arriverebbe la settimana dopo, che cosa fra sei mesi. Una catastrofe ha forza soltanto finché resta indeterminata. Scritta, di solito ne esce una frase del tipo “dovrei rimettermi in pari con i database” oppure “il capo mi controllerebbe per un mese”. Sgradevole sì, fine della carriera no.
E poi c'è il metro, che si può cambiare. Confrontati con te stesso di un anno fa invece che con le persone intorno, perché di loro vedi i risultati finiti e non gli inizi impacciati. Scrivi tre cose concrete che oggi sai fare e l'anno scorso no. Di solito sono più di quante ne aspetti e soprattutto sono dati, non un'impressione che sotto pressione si piega.
Se vuoi sapere quale delle tre fonti parla più forte nel tuo caso, ti dà un'indicazione un breve test sulla sindrome dell'impostore. Mostra la misura complessiva dei dubbi e la loro distribuzione, così si capisce se il tuo tema principale è il senso di impostura oppure una delle altre due fonti. I modi di lavorare su ciascuna fonte separatamente li affronta poi il testo su come superare la sindrome dell'impostore.
Quando la paura non si allenta
I dubbi che si fanno sentire prima di una presentazione e dopo se ne vanno fanno parte del lavoro. Un'altra cosa è la condizione in cui la tensione dura mesi, non si riesce a posarla nemmeno la sera e comincia a prendersi il sonno o la voglia di cose che prima ti piacevano. Merita la stessa attenzione rifiutare per colpa sua occasioni che invece vorresti.
In un momento simile è ragionevole parlarne con uno psicologo, come con un ginocchio dolorante si va dal medico invece di zoppicare per un altro mezzo anno. Non è una sentenza sul tuo carattere. Alle tecniche concrete per gestire la tensione si dedica il testo su come gestire l'ansia.
Luca il progetto lo ha preso. Dopo circa tre settimane in riunione ha detto che una cosa non la sapeva e l'avrebbe cercata entro il giorno dopo, e non è successo assolutamente nulla. Il panico del giovedì non è sparito per questo, da allora si è fatto vivo ancora due volte. La differenza è solo che adesso gli sta di fronte un ricordo preciso, difficile da spiegare via.

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