Alla riunione del lunedì Marco butta lì che il nuovo sistema è talmente intuitivo che lo capisce chiunque, purché prima si legga il manuale due volte. Tre minuti dopo Giulia osserva che a farci davvero fatica è soprattutto il collega Tommaso, ma del resto Tommaso fa fatica anche con l'ascensore. Il tavolo ride in tutti e due i casi, e alla seconda battuta perfino un po' più forte.
La differenza fra quelle due frasi si vede solo dopo. Quella di Marco nel giro della settimana entra in ufficio come tormentone, quella di Giulia Tommaso se la risente in testa la sera, tornando a casa. Non era questione di talento né di prontezza, ma di direzione: una battuta puntava alla situazione, l'altra a una persona seduta nella stanza. Attorno a questo confine la psicologia dell'umorismo costruisce da vent'anni tutto il suo modello.
La domanda è passata da “quanto” a “a che serve”
I questionari più vecchi misuravano l'umorismo come una grandezza sola. Quanto ne hai, con quanta rapidità ti vengono le battute, quanto ti divertono quelle degli altri. Il guaio era che una misura così assegnava lo stesso punteggio alto a chi tiene insieme il gruppo e a chi ridimensiona i colleghi con costanza. Ridono molto entrambi e hanno la lingua pronta entrambi.
Rod Martin e il suo gruppo proposero perciò nel 2003 un altro assetto. Al posto della quantità di umorismo ne descrissero la funzione e la divisero con due domande. La prima chiede del tono: la battuta è gentile oppure ha un filo, cioè costa qualcosa a qualcuno? La seconda chiede della direzione: punta fuori, verso gli altri, o dentro, verso chi la dice? Da due domande nasce una griglia con quattro caselle, e in ognuna siede uno dei quattro stili di umorismo.
L'umorismo gentile rivolto agli altri è quello conviviale. L'umorismo gentile rivolto a sé è quello rasserenante, cioè il distacco che una persona si fabbrica da sola rispetto al proprio guaio. Il filo girato verso l'esterno dà lo stile pungente, il filo girato contro di sé quello autoironico. In sede accademica il primo si chiama umorismo affiliativo, parola inutilmente lunga per un comportamento che conosci da qualsiasi festa.
La parte interessante è ciò che il modello afferma senza dirlo. L'umorismo ha smesso di essere una virtù di cui si ha molto o poco ed è diventato uno strumento. Gli strumenti si giudicano da quello che fanno e da in quale mano stanno. Quante cose si possano capire dall'umorismo di qualcuno lo smonta più nel dettaglio il testo su che cosa rivela il senso dell'umorismo sulla personalità.
Ci sta bene un risultato che coglie di sorpresa la maggior parte delle persone. Robert Provine con il suo gruppo registrò conversazioni ordinarie nei centri commerciali e nei corridoi, e in un libro del 2000 riassunse che solo una frazione delle risate arriva dopo una battuta. La maggior parte segue frasi del tutto banali come “allora a domani” oppure “e tu dov'eri?”. In compagnia, per giunta, ridiamo nell'ordine di una trentina di volte più facilmente che da soli.
La risata non è quindi soprattutto una reazione alla comicità, ma una mossa sociale. Tornando alla riunione, la frase di Marco e quella di Giulia erano prima di tutto movimenti dentro un gruppo: una ha avvicinato le persone, l'altra ne ha spostata una di lato. Lo stile di umorismo descrive esattamente quel movimento, non la qualità della battuta.
I quattro stili in breve
La tabella riassume come si riconoscono i singoli stili dall'esterno, a che cosa servono e che prezzo hanno. Nessuno di loro è un difetto di carattere e ognuno ha una situazione in cui è la scelta migliore disponibile.
| Stile | Come si manifesta | A che cosa serve | Che cosa costa |
|---|---|---|---|
| Conviviale | Scherza con le persone, non sulle persone. Rompe un silenzio imbarazzante, trasforma un'esperienza condivisa in aneddoto, tira il nuovo arrivato dentro la conversazione. | La via più rapida che esista alla fiducia. Chi ride insieme regge insieme anche le cose sgradevoli con più facilità. | Quando il buonumore è atteso di continuo, un tema pesante si apre peggio e la tua giornata storta non ha dove andare. |
| Rasserenante | Si svolge soprattutto nella testa. Il treno in ritardo e la propria figuraccia si ribaltano in aneddoto nel giro di un attimo. | Un distacco per cui non serve pubblico. Funziona anche quando l'umore non lo salva nessun altro. | Ciò che si ribalta subito in battuta rischia di non essere mai vissuto sul serio. Certe cose devono restare sgradevoli finché non si risolvono. |
| Pungente | Frecciate, punzecchiature, commenti a spese dei presenti e degli assenti. Rapido, sveglio e di solito centrato. | Nomina quello che tutti vedono e nessuno dice. Fra persone che si fidano l'una dell'altra, punzecchiare funziona come segno di vicinanza. | L'effetto non lo decide la tua intenzione, ma la sicurezza dell'altro. Chi viene colpito di solito ride con gli altri, quindi sul momento non lo vieni a sapere. |
| Autoironico | Il bersaglio sei tu. La tua figuraccia la racconti prima e meglio di quanto farebbe chiunque altro. | Disarma e toglie tensione alla stanza. È anche il modo più economico di anticipare gli sfottò degli altri. | Il ruolo di quello che se la prende bene si attacca. Una battuta su di sé ripetuta per la decima volta gli altri la archiviano come dato di fatto, non come esagerazione. |
Le caselle gentili invitano a leggerle come buona educazione, ma con quella hanno poco a che vedere. L'umorismo conviviale è un'abilità sociale con un risultato piuttosto concreto: in una stanza dove poco fa le persone ridevano insieme, una brutta notizia si pronuncia con meno sforzo. Lo stile rasserenante è invece quasi invisibile, perché si svolge fra le orecchie. Nell'altra persona lo riconosci solo di riflesso, dal fatto che un volo cancellato o un'auto distrutta non la stendono come ti aspettavi.
Lo stile pungente è quello davanti al quale le persone cominciano prima a difendersi o, all'opposto, a scusarsi, e nessuna delle due cose è necessaria. Molte amicizie di lunga data stanno in piedi proprio sul punzecchiarsi a vicenda e senza quello sembrerebbero stranamente formali. A decidere se una frecciata unisce o taglia, però, non è la formulazione. Decide quanto si sente sicuro l'altro in quel momento. Dove passa esattamente quel confine e perché la stessa frase si legge in modo diverso il venerdì sera e il lunedì mattina lo smonta il testo su quando il sarcasmo funziona e quando no.
Capitolo a parte è l'umorismo sulle cose di cui normalmente non si scherza. Una battuta da patibolo detta in un corridoio d'ospedale non finisce automaticamente nella casella pungente, perché il suo bersaglio di solito non è una persona ma l'orrore stesso della situazione. A chi si addice questo registro e che cosa se ne sa lo tratta un testo a parte sull'umorismo nero.
Ognuna delle quattro posizioni ha il suo momento da scelta migliore disponibile. Una battuta tagliente nomina in due secondi una cosa che una descrizione cortese girerebbe intorno per dieci minuti. La propria figuraccia messa sul tavolo, a sua volta, mostra al nuovo arrivato in un attimo che con te non deve stare in guardia. Decidono quindi il contesto e la dose, non lo stile in sé.
Quattro numeri al posto di un'etichetta
L'errore più frequente con un modello a quattro caselle è aspettarsi che una di loro ti inghiotta per intero. Le scale sono invece indipendenti. Un punteggio alto nell'umorismo conviviale non abbassa di nulla quello pungente, e una persona può stare in alto tranquillamente su tre stili su quattro. Non ricevi un'etichetta, ricevi quattro numeri, e soltanto la loro proporzione dice qualcosa.
In pratica si legge soprattutto la coppia ai primi due posti. Lo stile primario è quello a cui ricorri in automatico, quando non ci pensi. Il secondario entra quando il primario non va bene o quando la faccenda si fa dura. Le coppie sono dodici e cambiano parecchio: un intrattenitore con secondario pungente tiene tutta la serata in un fuoco incrociato, un intrattenitore con secondario autoironico occupa lui stesso il posto del bersaglio e scioglie la compagnia più in fretta di chiunque.
Giulia dell'apertura non deve perciò essere per forza “quella acida”. Può benissimo avere in alto tutt'e due, il pungente e il conviviale, e allora ne esce una persona che fa partire la serata senza risparmiare nessuno. Una combinazione così è insieme amata e rischiosa, perché il pubblico la premia e una battuta premiata tende alla volta dopo a calcare la mano.
Il registro, per giunta, si può avere largo oppure stretto. Chi ha uno stile marcato e il resto in basso è leggibile e il suo umorismo ha una calligrafia, però una situazione a cui quell'unica posizione non si adatta lo coglie senza piano di riserva. Chi ha in alto tre o quattro tira fuori, a seconda del momento, l'aneddoto o la battuta secca. Proprio a lui capita però facilmente di prendere quello che ha a portata di mano invece di quello che serve adesso.
E c'è ancora una cosa che si confonde di continuo: lo stile non è la stessa cosa della quantità. Una persona silenziosa che in una serata dice tre frasi può avere un umorismo spiccatamente conviviale, perché tutte e tre puntavano alle persone. Quanto ridi e dove punta il tuo umorismo sono due misure diverse.
La proporzione fra quei quattro numeri non è nemmeno a vita. L'ambiente la sposta: in una squadra dove si premia la frecciata rapida la componente pungente cresce anche in chi non se l'era portata al lavoro, e in una compagnia dove da ogni guaio si ricava un aneddoto lo impari nel giro di una stagione. Vale la pena prendere il risultato come una foto dell'assetto attuale, non come descrizione del carattere.
Che cosa dicono gli stili sul benessere e che cosa non possono dire
Qui la prudenza rende, perché è proprio questa parte della ricerca che i titoli stravolgono più spesso. Il gruppo di Martin, e dopo di lui una serie di altri lavori, arrivano ripetutamente allo stesso quadro. Entrambi gli stili gentili risultano associati a un umore migliore e a relazioni più soddisfacenti, mentre l'umorismo autoironico cade piuttosto dal lato opposto, cioè più vicino a un benessere peggiore. Lo stile pungente è per chi lo usa più o meno neutro, e il conto lo paga di solito chi gli sta intorno.
In una frase del genere la parola “correla” fa tutto il lavoro. Nessuno ha misurato se sminuirsi rovini l'umore oppure se una persona che sta male semplicemente rivolga più spesso l'umorismo contro di sé. Può benissimo valere l'una e l'altra cosa, e per di più una terza che sta dietro a entrambe. Da una correlazione non si ricava una sentenza su una persona, solo un'osservazione che merita attenzione.
Merita una parola anche la grandezza di quel legame. Non si tratta di un abisso fra la persona serena e quella infelice, ma di una pendenza lieve che si vede solo su grandi gruppi di persone. Una persona precisa con umorismo autoironico può stare benissimo, e qualcuno con due stili gentili può avere alle spalle un anno pessimo. Qualsiasi confronto con gli altri è perciò indicativo e niente di più.
Aiuta anche distinguere due cose che dall'esterno sembrano uguali. L'autoironia in cui una persona conserva il proprio valore e semplicemente non recita l'infallibile è fra le qualità sociali più gradevoli che esistano. L'autosvalutazione in cui la battuta è insieme un'opinione su di sé suona in superficie identica e dentro funziona in un altro modo. Dove passa il confine fra le due e come riconoscerlo su di sé lo smonta il testo sull'autoironia sana.
E adesso sinceramente: quand'è stata l'ultima volta che hai detto di te qualcosa di sminuente e lo pensavi almeno a metà? Non come aneddoto che racconti perché funziona, ma come frase con cui in qualche misura sei d'accordo. La risposta a questa domanda dice del tuo registro più dell'intero modello messo insieme.
In coppia tutto questo si manifesta con più forza. La risata condivisa fra due persone è un buon indicatore di come sta andando la relazione, ed è anche il posto dove ci si accorge prima che il filo ha smesso di essere un gioco ed è diventato un modo per dire davvero qualcosa. A come si comporta l'umorismo fra due persone che vivono insieme è dedicato il testo su che cosa fa l'umorismo nella coppia.
Niente di tutto questo è un tratto scolpito nella pietra. Uno stile di umorismo assomiglia più a un sentiero battuto su cui camminano le tue reazioni, perché ci hanno già camminato mille volte. I sentieri battuti si possono deviare, ci vuole solo più tempo di un buon proposito.
Come capire con che cosa ridi davvero
L'autosservazione, con l'umorismo, ha un difetto. Ricordiamo le battute riuscite, mentre quelle cadute nel silenzio spariscono dalla memoria nel giro di poche ore. La maggior parte delle persone si stima perciò un po' più gentile di come la vedono gli altri, e con lo stile pungente quella distanza è di solito la più grande.
Più utile è seguire qualche cosa concreta, e farlo in una settimana qualunque anziché a ritroso, a memoria. A chi era rivolta l'ultima battuta che hai detto oggi? La risata è partita subito o qualcuno si è aggiunto solo un secondo dopo? E se quella frase non fosse mai stata pronunciata, ci avrebbe perso la situazione o solo tu?
Il secondo aiuto è ancora più semplice e funziona a Natale come in vacanza. Nota a che cosa ricorri nel momento in cui stai male. In quello stato uno si mette a intrattenere chi ha intorno, un altro si traduce il guaio in testa in aneddoto e non lo racconta a nessuno, un terzo punzecchia il primo che gli capita a tiro e un quarto fa il pagliaccio. Questa è la tua posizione di partenza, e in modo più affidabile di qualunque cosa dirai di te con calma e a distanza.
Vale la pena seguire anche dove il tuo registro cambia. Quasi tutti hanno una posizione a casa e un'altra al lavoro, però pochi riescono a ricordare quando esattamente hanno commutato. Quando cominci a farci caso, di solito viene fuori che l'interruttore non lo comanda la situazione ma persone precise. Con due o tre nomi vai in una posizione che altrove non useresti.
La fonte di dati più economica ce l'hai comunque a portata di mano ed è qualcuno che ti ascolta ogni giorno. Chiedi al partner o a un collega chi tende a essere il bersaglio in tua presenza e se con le tue battute ridi più spesso con le persone o di loro. La risposta di solito arriva entro due secondi e senza esitazione, il che già di per sé dice qualcosa. Dove la tua versione e la loro si separano, più vicina alla realtà è di regola la loro, perché loro sentono il risultato mentre tu conosci solo l'intenzione.
Se vuoi un quadro indicativo più in fretta, fai il breve test degli stili di umorismo. Chiede di situazioni ordinarie e restituisce quattro numeri più lo stile primario e quello secondario. Prendilo come punto di partenza per la tua osservazione, non come verdetto.
La settimana in cui conterai i bersagli
Prova per sette giorni un esercizio che costa un minuto al giorno. La sera annota due numeri: quante volte oggi la tua battuta ha puntato a qualcuno nella stanza e quante volte a te stesso. Non valutare nient'altro, solo quei due numeri.
Dopo una settimana ne esce una proporzione, e di solito è sgradevolmente precisa. A qualcuno viene zero a zero e scopre che il suo umorismo gira solo attorno alle situazioni e le persone quasi non le tocca. Un altro vedrà sette a uno e resterà sorpreso di quanto scarichi su qualcuno in una settimana senza saperlo.
Quel secondo numero pesa quanto il primo. Una battuta a proprie spese detta ogni tanto è un regalo sociale; la quarta in una sola serata è già un'abitudine che gli altri archiviano come descrizione e non come esagerazione. A fare la differenza fra le due cose non è quello che dici, ma quante volte.

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